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Capolavori senza tempo
Capolavori senza tempo

Può il design essere “senza tempo”? Possono i designer lavorare al di fuori dei limiti della propria epoca per creare oggetti che si sottraggano alle imprevedibili correnti della moda e dei gusti del momento?

Tutto ciò che viene realizzato rivela le convinzioni, le paure, le speranze e le preoccupazioni di chi lo ha creato.

Il designer investe gli oggetti di significato perché possano essere interpretati anche da chi li guarda. E questo è la base di partenza.

Ma dove si colloca Ferrari nella storia del design?

In prima battuta, il design dà valore estetico a oggetti ordinari. Allo stesso tempo, durante l’ultimo secolo, i designer hanno puntato a una democratizzazione del lusso.

Parlando di Ferrari sicuramente, c’è poco di ordinario (o democratico). E così deve essere, perché una Ferrari è sempre qualcosa di straordinario.

Ed è anche l’esempio più superbo di come un’auto possa diventare un oggetto dalla bellezza eterna.

E la bellezza deve sempre essere rara ed esclusiva. Questo è uno dei più grandi paradossi della sua ricerca e dell’estetica: se tutto fosse bello, niente lo sarebbe.

Il design non abbraccia un solo ambito, ma molti.

Frank Lloyd Wright pensava si trattasse di trarre il meglio dalle possibilità contemporanee.

Per l’architetto Le Corbusier, si trattava di “intelligence made visible”. Jony Ive di Apple ritiene che il design sia il raggiungimento del local maximum, quando si arriva alla perfezione e semplicemente non si potrebbe fare un uso migliore dei materiali.

Ma il design, inevitabilmente, riflette ciò che i filosofi chiamano “lo spirito del tempo”.

L’idrovolante Savoia-Marchetti fu un coraggioso esperimento aeronautico – alle frontiere della conoscenza – che diede agli architetti una lezione sull’economia dei mezzi e sulla funzionalità.

In seguito, durante la ricostruzione, Vico Magistretti ed Enzo Mari furono tra i designer a dare valore artistico ai semplici apparecchi domestici.

Oggi, il raffinato minimalismo di Apple è la risposta alla nostra cultura dematerializzata, in cui i dati intangibili hanno più valore degli oggetti solidi.

Il design non è “arte”. O non proprio. La nostra nozione di arte richiede la presenza di un singolo auteur, tuttavia le forme culturali più coinvolgenti sono il design, la musica pop e il cinema.

Tutto è collaborazione: Casablanca di Micheal Curtiz, forse il più grande film della Storia del Cinema, ha avuto sei sceneggiatori, non un unico autore. Allo stesso modo, la realizzazione di un’automobile coinvolge centinaia di specialisti.

Ma nel momento in cui il design diventa espressione dei desideri collettivi, nel momento in cui insegna al pubblico a godere di una forma pregna di significato e a capire la bellezza di proporzioni e dettagli, nel momento in cui richiede una lettura e un’interpretazione… nel momento in cui crea un linguaggio visuale, eccolo usurpare il ruolo tradizionalmente affidato a pittura e scultura.

Per capire se siamo in presenza di un’opera d’arte è sufficiente chiedersi se un oggetto abbia un quid di contemplativo, se significhi più di quello che appare superficialmente. Prendete una qualsiasi Ferrari… è proprio grazie a questo quid che semplici materiali prendono realmente vita.

Magia? Forse il design è sovrannaturale, come diceva Barthes. O forse i capolavori del design sono immortali… se non addirittura senza tempo.

Ars longa, vita brevis.


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